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Vendituri i ranu e arte nobile della politica

associazione neda kairos

Pubblichiamo alcune riflessioni sul bene comune a Reggio Calabria, sul disinteresse dei cittadini ed il disimpegno di Scuole e Università formulate da Antonino Sergi, Predidente dell’Associazione Nazionale per e con i giovani “Neda Kairos”.
“Il bene comune è un valore a Reggio Calabria? Dopo un anno passato con gli amici del Comitato pro Aeroporto a contatto con la gente e con le Istituzioni si è rafforzata la percezione che sia un concetto quasi estraneo al nostro ambiente.
Il reggino sembrerebbe badare quasi esclusivamente al proprio orticello, aspettando che, miracolosamente, tutto il resto si sistemi da solo, oppure si adegua alla problematica situazione in cui vive.
In tanti hanno risposto che la situazione va bene così.
Come può andar bene una situazione che ci vede primeggiare nelle statistiche sul sottosviluppo e sulla povertà e che fa salire al 61% il numero dei giovani calabresi propensi a emigrare per cercare un lavoro o almeno un’opportunità?
Come può andar bene che tanti altri giovani laureati che decidono di rimanere, siano costretti ad accettare lavori umili, poco qualificati e senza garanzie?
Vanno male anche i servizi. Dagli anni 70 in poi, tranne brevi momenti positivi, la città è andata via via degradandosi.
Non si può giustificare tutto con la crisi economica. Abbiamo avuto a disposizione finanziamenti ingenti, specialmente i fondi europei, tutti mal utilizzati o non utilizzati, per incapacità progettuale o per menefreghismo.
Assistiamo a dissesti in serie di aziende fondamentali, messe in mano a trombati della politica, incompetenti, che le gestiscono in modo clientelare, senza uno straccio di programmazione e di logica di sviluppo. Basti pensare alla disastrosa situazione in cui versa la sanità calabrese, l’aeroporto e tanti altri servizi essenziali.
Di chi è la colpa di questo disastro e come uscirne?
Come afferma Don Ciotti, “il problema in Calabria non è la ‘ndrangheta, non sono i politici, il problema siamo noi”.
Noi società civile “rassegnata a chiedere per favore quanto ci spetta per diritto”.
Noi che votiamo il compare, il parente, l’amico, il vicino di casa a prescindere dai programmi, dalle scelte politiche, dalla capacità e credibilità.
Noi che permettiamo a mediocri politici di attaccarsi per decenni alle poltrone istituzionali e di tramandare il loro potere a delfini ancor più mediocri di loro.
Noi che invece di chiedere conto ai politici del loro operare, li aduliamo e li facciamo sentire potenti.
Tutti sappiamo che c’è qualcosa che non va, una specie di grande bluff, ma nessuno osa dirlo. In questa situazione di disamore e distacco manifestato dalla parte migliore della città, in questo sistema senza regole trovano il modo di campare tranquillamente e comodamente i soggetti peggiori: i furbi, i corrotti, i cialtroni, i ciarlatani di piazza, i nuovi sofisti della politica, gli inetti, i malfattori, i ruffiani, i portaborse, i parassiti sociali, i fannulloni di professione, i finti esperti, i finti artisti, i finti intellettuali. Molti non protestano perché si ritrovano fra i privilegiati o i beneficiati o sperano, prima o poi, di entrarci.
La gran parte dei cittadini più onesti e capaci si disinteressa completamente della politica. Molti rifiutano perfino di andare a votare. Ignorando, anche in buona fede, che fanno un grosso favore ai politicanti i cui supporter, invece, votano sempre.
Chi dovrebbe rompere questo circolo vizioso e questa patologica percezione della democrazia?
I giovani con uno spiccato senso sociale e critico, con elevate competenze amministrative, progettuali e con gande onestà intellettuale.
E’, però, difficile supporre che possano mai farlo se nelle scuole e nelle Università non vengono aiutati a diventare cittadini responsabili, consapevoli e impegnati; se non vengono messi in rapporto concreto con la realtà in cui si trovano
L’equiparazione fra politica e attività dei partiti, diffusa anche nel mondo della scuola, ha prodotto disastri, consegnando, di fatto, le Istituzioni ai mestieranti della politica.
Ai giovani, invece, si dovrebbe insegnare che la politica:
è un’arte nobile, pertanto, non è sporca, né noiosa (quasi sempre sono inadeguati e improponibili i politici);
non si può rifiutare, poiché decide la nostra vita;
va cambiata radicalmente, eliminando le urla, il clientelismo, l’incapacità di ascolto e, soprattutto, eleggendo i soggetti più competenti e onesti;
necessita di strumenti per comprenderne e decifrarne i meccanismi, le verità nascoste, soprattutto in termini di capacità analitiche, critiche e di sintesi.
Riproponendo loro l’aspra pagina di Rousseau nel Contratto sociale: «Il popolo inglese si crede libero, ma s´inganna grandemente; esso non lo è che durante l´elezione dei membri del parlamento: non appena questi sono stati eletti, egli è schiavo, un nulla».
Chi se non le Scuole, le Università, gli Enti e le Associazioni culturali hanno il gravoso compito di combattere la difficile sfida per la “riappropriazione sociale della politica”? Magari grazie anche ad una rilettura di altri grandi (Kant, Tocqueville, ma anche Calamandrei), il cui pensiero resta sempre attuale ed illuminante.
La parola magica per provocare un’inversione di tendenza è la partecipazione, continua e consapevole, alla vita politica e sociale, come affermava Giorgio Gaber, nella sua canzone “La libertà”.
L’unico modo, anche se a Reggio sembra quasi impossibile, per diventare ‘vinduturi i ranu’.”

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