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Ginobili: il figlio della Calabria che ha cambiato l’NBA

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Da quest’anno il mondo del basket in generale, e della Nba in particolare, è un po’ più povero. Per la prima volta da 23 stagioni a questa parte, gli appassionati della palla a spicchi non potranno godere delle giocate di Manu Ginobili, “el contusion” (soprannome datogli da un compagno di squadra negli Spurs e derivante dalle giocate ad alto rischio per cui l’argentino è diventato famoso).Su queste pagine avevamo già parlato del momento del suo ritiro. Oggi è il momento di ripercorrere le tappe più importanti di una carriera che l’ha visto partire dalla sua terra e fare tappa a Reggio Calabria e Bologna, prima di spiccare il volo verso gli USA.

Nato a Bahia Blanca il 28 luglio 1977, Ginobili muove i primi passi nella pallacanestro nella squadra della sua città, l’Estudiantes di Bahia Blanca. Nel 1998 la Viola Reggio Calabria di Gaetano Gebbia decide di puntare su di lui per tornare nella massima serie. Mai scelta fu più azzeccata. Trascinati dai 18 punti di media della guardia albiceleste, i calabresi tornano in A1 e nella stagione successiva stupiscono tutti arrivando fino ai quarti di finale dei playoff, persi contro una Virtus Bologna destinata a dominare il basket europeo nelle stagioni successive.

Proprio la Virtus Bologna sarà la seconda squadra italiana di Ginobili. Con la canotta delle V Nere e con Ettore Messina in panchina, la guardia esplode definitivamente, diventando la stella di un team che riuscirà a realizzare il Grande Slam e a conquistare nella stessa stagione lo Scudetto, la Coppa Italia e l’Eurolega.

Rimasto un altro anno in Emilia e dopo aver sfiorato la seconda Eurolega consecutiva (eliminati nelle Final Four dal Panathinaikos di Bodiroga), Ginobili sbarca finalmente in Nba. La maglia vestita è quella dei San Antonio Spurs di Gregg Popovich che nel draft del 1999 avevano speso per lui la scelta numero 57. Gli inizi oltreoceano non sono dei più semplici. Popovich, da sempre coach estremamente rigido e attento al “sistema”, non vede di buon occhio il suo modo di giocare tutto estro e fantasia. Una diffidenza che lo porterà a impiegare l’argentino per soli venti minuti a partita e poche volte da titolare. Nonostante lo scarso impiego iniziale, però, Manu sarà fondamentale nella vittoria del secondo anello della storia della franchigia.

Nella stagione successiva cambierà tutto, destino degli Spurs compreso. Il coach inizia a dargli sempre più fiducia e Ginobili, finalmente libero da restrizioni, inizia a illuminare il firmamento Nba grazie alla sua scaltrezza, agli spettacolari assist e alla capacità di segnare in tutte le situazioni. Inizia così una dinastia che grazie all’argentino, al playmaker francese Tony Parker e alla stella Tim Duncan, porterà alla franchigia texana altri tre titoli (2005, 2007 e 2014) e una serie ancora aperta di 21 qualificazioni consecutive alla post-season. Una serie che potrebbe proseguire anche quest’anno con gli “Speroni” in piena corsa playoff e attualmente al settimo posto nella difficilissima Western Conference.

Ma c’è un’altra maglia con cui Ginobili ha scritto pagine importanti del basket mondiale, quella dell’Argentina della “generación dorada”. Non sono infatti le convocazioni all’All Star Game, il premio di Sesto Uomo dell’anno e i quattro Anelli i più grandi successi della guardia di Bahia Blanca. La più grande soddisfazione della sua carriera è arrivata nel 2004 con la nazionale albiceleste. Alle Olimpiadi di Atene i sudamericani ottennero uno storico oro battendo in semifinale gli Usa e in finale l’Italia di Basile, Galanda e Pozzecco. MVP della manifestazione? Neanche a dirlo: Manu Ginobili.

Dopo una storia incredibile è arrivata nella scorsa estate la decisione che tutti temevano ma che nessuno avrebbe voluto sentire. Manu Ginobili chiude con il basket dopo 16 stagioni consecutive tutte in maglia Spurs. Lascia con 1.057 partite di regular season e altre 218 di playoff, più di 14.000 punti segnati, più di 4.000 assist oltre a 1.392 recuperi (è nella top 5 di franchigia per ciascuna di queste categorie).

Tra i primi a rendergli omaggio il connazionale e amico di mille battaglie Carlos Delfino: “Se ne va il numero uno, il numero due e il numero tre…”

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